era un teatro.
dan stava seduto di fianco al suo ex capo, ora divenuto socio in affari, tenendo tra le mani, lo schermo di un computer portatile che lo irradiava di dati, scrupolosamente composti, ricomposti, controllati, ricontrollati che tentavano di sintetizzare con riquadri, numeri e colori l'andamento e la gestione delle risorse umane.
peccato che dan di umano avesse ben poco, al di fuori di una incontrollabile paura di tutto.
i due erano impegnati in quella che doveva essere una conversazione casuale sul destino dell'azienda di un importante cliente. il suo ex capo lo aggiornava sugli sviluppi politici di una situazione oramai divenuta imbarazzante anche per il governo, facendo attenzione ad accentuare alcune parole nella speranza di suscitare interesse e trasmettere fiducia a sal che stava timidamente in piedi sulla soglia in attesa di essere ammesso ad entrare.
era un teatro. i faretti alogeni che inondavano la bianca parete di fondo con archi di luce gialla, le porte semi aperte, il mare di sguardi indiscreti che lanciavano fuggevoli occhiate verso il vetro della sala riunione nella speranza di cogliere un qualche segno alimentatore di gossip. il set in porcellana accompagnato da un piattino di biscotti 'dirigenziali' richiesti specialmente per l'occasione: il tè delle 4.45.
erano persino teatrali le frasi con le quali la conversazione era traslata a celebrare 'l'occasione' per cui i due ora si rincorrevano di convenevoli invitandosi a prendere un biscotto piuttosto che l'altro.
insomma, tutto lasciava presagire il dramma che di lì a poco sarebbe andato in scena.